di Maria Clelia Pesavento
Questo comune modo di dire si riferisce al vestito inteso come oggetto esteriore che ci dona un’apparenza a volte falsa o effimera.
Un argomento che in realtà è molto più vasto e importante di quanto normalmente venga definito come “moda” e, se facciamo una breve analisi anche solo dei tessuti utilizzati per realizzare i nostri vestiti, ne esce un discorso che oggi è sulla bocca di tutti: l’inquinamento causato dall’industria fashion che, nella maggior parte dei casi, riguarda tessuti derivati dal petrolio o comunque attraverso l’utilizzo di prodotti chimici.
Le domande che vengono spontanee alla mente sono: quale effetto avrà questo tessuto sulla pelle? Condizionerà in qualche modo la vita quotidiana?
Quando pensiamo al benessere fisico, e di conseguenza anche a quello spirituale, non possiamo ignorare il disagio che proviamo indossando certi abiti palesemente sintetici; alcuni si caricano di energia elettrostatica, altri sfregano in modo spiacevole, insomma le sensazioni non sono affatto gradevoli.
Le fibre naturali come cotone, lino, seta e lana, fanno sempre la differenza poiché non si caricano di energia elettrostatica e sono anallergici. Rimane però il problema delle sostanze chimiche utilizzate per coltivare le fibre vegetali, per le colorazioni e i trattamenti fatti sul filato prima e sui tessuti poi.
Fortunatamente ci viene incontro una pianta antichissima, originaria dell’Asia e coltivata in Europa a partire dall’Età del Ferro: la Cannabis sativa (per capirci, la canapa legale). Le varie selezioni ottenute dall’uomo hanno migliorato notevolmente le sue caratteristiche, in special modo per la produzione dei tessuti. Un grande dono che ci giunge dal lontano passato per risolvere lo spinoso problema della sostenibilità ambientale; un dono che conserva caratteristiche eccezionali e uniche.
La cannabis può essere coltivata senza l’uso della chimica, richiede poca acqua, cresce a diverse altitudini e non impoverisce il terreno, nemmeno se coltivata più volte nello stesso appezzamento.
Il tessuto che se ne ricava è naturalmente antibatterico, igroscopico e isolante dalla calura estiva, ma quando è pesante diventa ideale anche per l’inverno.
La natura ci dà spontaneamente la possibilità di essere responsabili della nostra salute. Va da sé che se riteniamo importante curare il nostro benessere e riappropriarci di quei momenti speciali dove ritrovare noi stessi significa sentirci bene, è opportuno scegliere l’abito giusto.
Per quanto mi riguarda, operando in questo settore da molti anni, è semplice cogliere le caratteristiche speciali di questo tessuto, così come succede alle persone di una certa età che lo riconoscono subito perché ne hanno memoria storica.
Per i miei clienti, fare conoscenza con il tessuto di canapa diventa un percorso esperienziale vero e proprio che, sin da subito, provoca una sensazione di meraviglia inaspettata, una specie di magia tattile.
Per concludere, torno al concetto iniziale, cioè l’abito non fa il monaco, per dire che tutto sommato non è propriamente corretto. L’essere spirituale deve necessariamente valutare anche l’apparenza, intesa come scelta dell’abito da indossare, in modo da non limitare la propria vibrazione nei momenti più solenni, come la concentrazione o la meditazione.
–
Maria Clelia Pesavento è sarta, stilista e fondatrice della linea di abbigliamento in canapa TerraKleos. Nel suo atelier di Vicenza insegna sartoria e tiene corsi creativi:
https://terrakleos.it